I guardiani della rivoluzione obamiana
I nove giudici della Corte suprema restano in carica a vita e la loro permanenza media fra i più alti scranni del diritto è di ventisei anni. Sono i grandi filosofi d’America, chiamati a decidere sull’inizio della vita, lo status legale dei terroristi o l’accesso privilegiato alle università da parte delle minoranze.

Da mesi negli Stati Uniti si discute su quale tipo di filosofia legale ispiri Obama. E’ uno degli inquilini della Casa Bianca più esperti in materia di diritto. Viene dalla prestigiosa Harvard Law School, è diventato il primo presidente nero della rivista di legge, è stato avvocato per i diritti civili e professore di diritto costituzionale a Chicago. La rivista dell’American Bar Association ha dedicato una lunga inchiesta ai “giuristi che domineranno l’America”: il team legale di Obama. C’è il grande accusatore del magistrato di colore Clarence Thomas, Charles Ogletree di Harvard; il liberal e teorico del possesso delle armi Laurence Tribe e il “giurista minimalista” Cass Sunstein. “Nei primi quattro anni, salvo sorprese, Obama non potrà incidere in modo radicale sulla Corte” ci spiega il guru conservatore e candidato alla Corte suprema, Robert Bork, al centro della campagna di ostruzionismo più sensazionale nella storia di Capitol Hill. “Obama vede il ruolo del giudice come un legislatore, non come l’interprete del documento fondante dell’America. E mi preoccupa perché non ho mai visto il radicalismo forte come oggi”.
Durante una conferenza alla Planned Parenthood, organizzazione filoabortista, Obama ha spiegato il suo ideale di magistrato: “Qualcuno che arrivi al cuore, che abbia empatia per riconoscere cosa significhi essere una ragazza madre, un povero, un afroamericano, un gay, un disabile o un anziano. E’ questo il criterio secondo cui farò le mie nomine”. Obama abbraccia la teoria secondo cui la Costituzione va interpretata secondo “gli standard in evoluzione che segnano il progresso di una società che matura”, per usare le parole del più progressista dei chief justice della Corte, Earl Warren. Capofila di questa dottrina è Stephen Breyer, uno dei due giudici scelti da Bill Clinton. Breyer descrive le sue idee con un’espressione obamiana: “Libertà militante”. Negli anni in cui il potere della Corte debordava, alcuni giuristi formularono la teoria “originalista”: il testo costituzionale è un documento legale e come tale vale per quello che dice, non per quello che non dice ma che un gruppo di giudici vorrebbe che dicesse. Il silenzio della Costituzione non va riempito con la voce dei giudici, ma del Congresso.
Paolo Carozza è uno dei più celebri giuristi dell’Università di Notre Dame, in Indiana. E’ anche uno dei sette membri elettivi dell’Inter-American Commission on Human Rights. “Obama non a caso cita come esempio Breyer” ci dice Carozza, che lavora in un’università da cui sono usciti molti giuristi vicini a Obama. “Obama vuole giudici che vedono la Costituzione come qualcosa che risponde alle circostanze che cambiano nella società da una epoca all’altra. Obama ha studiato ad Harvard quando la mentalità dominante era quella di vedere la Costituzione e la legge come strumenti per arrivare a realizzare dei fini sociali fondamentali. Il diritto si deve usare come strumento per realizzare una politica al di là del diritto. Il nuovo presidente non vede con favore una idea di Costituzione ristretta a una interpretazione tecnica. Il giudice ha il compito di usare il potere che gli è stato assegnato per migliorare la condizione sociale. Giudica in base a un principio, un’ideologia. La Corte suprema è una sorta di guardiano che annuncia i valori alla nazione”. Il giurista newyorchese Kyron Huigens invita alla cautela. Obama è ad esempio a favore della pena di morte per gli stupratori di bambini. “Le sue scelte sono impossibili da collocare nello spettro destra-sinistra”. Per Bork, la visione di Obama è la “subordinazione della legge alla politica egualitarista, è lo gnosticismo giuridico, il postmodernismo giudiziario. Sotto la tutela di una simile Corte, gli individui saranno ridotti alla razza, gruppo etnico e sesso. La Corte finirà per riconfigurare la società. Dei Padri Fondatori va preservata l’idea che dobbiamo applicare la Costituzione, non riscriverla”.
Della stessa opinione di Bork, persino più pessimista, è l’ex capo della Corte suprema dell’Alabama, Roy Moore. Per dieci giorni nell’agosto 2003, lo sguardo dell’America era rivolto alla sonnolenta Montgomery, in Alabama. Il giudice Moore fece costruire a sue spese un monumento di tre tonnellate in cui erano incisi i Dieci Comandamenti. Lo fece installare di notte, all’insaputa di tutti, nella rotunda (atrio) della Corte. Una corte federale stabilì che la roccia era incostituzionale e infrangeva la “separazione fra stato e chiesa”. Moore si rifiutò di evacuare la roccia, e perse. Spiega al Foglio che “l’influenza di Obama sul giudiziario sarà devastante. Confermerà la ‘Roe vs Wade’, sentenza sull’aborto che viola il diritto alla vita inscritto nella Costituzione. Sarà una Corte che estenderà i poteri del governo centrale. E avremo soltanto diritti concessi dallo stato. Così quello che ci è dato ci può anche essere tolto. Per mezzo secolo i fantasiosi sarti della giurisprudenza revisionista hanno lavorato per spogliare il settore privato di ogni vestigia di Dio e della morale”. Dell’amministrazione Bush, la più dura con Obama è l’esperta legale Rachel Brand. “Sono preoccupata per le sue nomine di ‘giudici del cuore’. E’ antidemocratico. E’ il popolo che decide la legge. I giudici devono applicarla”.